• Pubblichiamo alcuni stralci della «Lettera a un medico» dell’arcivescovo, mons. Delpini.

Stimato e caro Dottore,
con questa lettera, desidero esprimere a Lei e a tutti i medici la mia vicinanza, il mio apprezzamento, il mio incoraggiamento.

Non ho ricette per risolvere i problemi della professione medica, non ho la presunzione di avanzare proposte concrete per riorganizzare il servizio sanitario. Sento però un dovere di gratitudine e di vicinanza verso tutti coloro che si prendono cura delle persone.

Medici “per vocazione”

Diventare medici per “vocazione” significa percepire che c’è qualcuno che chiama, che chiede aiuto, che invoca soccorso: si tratta del malato. Il credente riconosce in questa voce quella di Gesù che ha detto: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). È interessante notare che i benedetti nel Regno si sorprendono della gratitudine di Gesù: «Quando mai ti abbiamo visto malato?» (Mt 25,39).

Anche i medici che si professano non credenti si sentiranno benedetti da Dio per la cura che hanno per i malati. Del resto, è ammirevole la testimonianza di dedizione di molti medici, di qualsiasi credo, che si rendono disponibili anche oltre gli orari definiti per le emergenze, per i più poveri, perché non manchi una prossimità sollecita ai loro pazienti.

Il vantaggio di camminare insieme

Le sfide da affrontare sono inedite e complesse; di fronte a nuovi problemi non ci sono risposte già pronte: dobbiamo cercarle insieme. Le fatiche della professione si collocano in un contesto nuovo; l’esperienza e la buona volontà dei singoli non è una risorsa sufficiente. In particolare, invito i medici cattolici a meditare insieme, pregare insieme e cercare il confronto con le indicazioni del Magistero della Chiesa e con la tradizione spirituale cristiana. Il rapporto con i pazienti è talora difficile, frustrante; la virtù della pazienza è necessaria, ma non sufficiente: dobbiamo continuare ad attingere alla sorgente della compassione, della misericordia, della fortezza, cioè al dono dello Spirito Santo. Le comunità cristiane sono attente ai malati in molti modi con l’intenzione di evitare che i malati in casa soffrano di isolamento. Un buon rapporto con i medici di famiglia può consentire di condividere la prossimità, le cura per la situazione complessiva della persona, delle sue condizioni fisiche e del suo desiderio di Dio. […]

Una visione condivisa

Nella malattia il malato cerca anzitutto la guarigione, ma non di rado la situazione di fragilità, la necessità di interrompere un vivere frenetico e quasi trascinato dalle scadenze e dagli impegni quotidiani, inducono il malato ad affrontare le questioni fondamentali sul senso della vita e su quello che si può sperare. In queste situazioni, può essere che la confidenza stabilita con il medico diventi condizione per un confronto sulle convinzioni più profonde e personali, certo più probabile con il medico di famiglia, ma anche nei momenti più trepidi del ricovero in ospedale.

I medici cristiani devono trovare il linguaggio adeguato per non sottrarsi a interpretare la professione come contesto adatto per essere e dirsi cristiani e vivere con coerenza.