La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo.
L’educazione del cuore. Dopo aver visto il fondamento la domanda diventa: quali caratteristiche deve avere il costruttore? La risposta è semplice: deve avere un buon cuore, cioè una bella e piena libertà.
Sappiamo che per la Scrittura il cuore non è la sede del sentimento ma è il luogo della decisione cioè della libertà. Avere un cuore libero è essenziale per poter “coltivare e custodire” la terra che ci è data da amministrare e non da possedere. Il rischio di questo linguaggio è quello di essere non solo generico ma anche equivoco: parole come cuore, amore, libertà, dignità… possono avere tanti significati. Noi dobbiamo cercare quelli che il Creatore e Gesù danno a queste parole.
Il cuore umano è “prensile”. Vengono in mente le parole della Divina Commedia: «Amor che al cor gentil ratto s’apprende» (Inferno Canto V, 100). Il nostro cuore, cioè la nostra libertà, tende a legarsi. Ma l’istinto non sempre è una buona guida. Il nostro cuore è come un rampicante: sale verso l’alto se trova un sostegno che lo porta in alto, altrimenti striscia per terra e finisce in zone buie. Dobbiamo saper costruire dei bei legami che conducano verso l’alto. Non è semplice, perché può succedere che perfino la fede diventi un legame malato che tratta Dio come una “cosa” con cui trastullarsi. Bisogna stare attenti alla forma del cuore: può essere una ragnatela che imprigiona ciò che pur dice di amare o può aver la forma della casa ospitale che accoglie i viandanti.
Gesù dice con chiarezza come è possibile che il cuore sia ospitale: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Vedere Dio: cioè essere nella realtà. La purezza di cuore è un atteggiamento di fondo che orienta la ragione, l’intelligenza, il senso estetico, la cura di sé… a mettere gli altri prima di se stessi. Potremmo dire che il cuore puro è disinteressato. Il disinteresse non vuol dire non far valere i propri diritti oppure rinunciare a ciò che ci è dovuto; disinteresse vuol dire non diventare un “buco nero” che tutto attira senza far uscire nulla. Il cuore puro è limpido e trasparente; il cuore puro ha una buona vista e vede in ogni uomo, soprattutto nel povero, il volto di Gesù. Con il cuore puro si vede il futuro e, in questo modo, si può costruire il mondo anche per gli altri e non solo per se stessi.
Il cuore puro è soprattutto un cuore “buono”, come il pane profumato. Se, quando qualcuno che ci avvicina si allontana con una tristezza in più dentro di sé, vuol dire che non abbiamo il cuore sufficientemente buono. Don Milani aveva fatto scrivere nella sua scuola a carattere cubitali: «I care»: mi sta a cuore, mi interessa. Il cristiano, guardando ogni croce, allarga le braccia e sente crescere dentro di sé la forza dell’empatia. Il cuore sporco diventa cieco: non vede più nessuno o, peggio, degli altri vede solo quello che gli può servire. Il termine, che io trovo orrendo e che meglio esprime questa oscurità del cuore, è “consumatore”. Il prossimo non può mai essere appiattito a una sola dimensione. Il cuore puro “vede” Dio. Per vedere Dio bisogna avere un cuore semplice come quello di un bambino, così umile da sapere che quel che vede è una percentuale infinitesimale di quello che c’è. L’umile incontra Dio. Il presuntuoso, anche se parla di Dio con intelligenza e raffinatezza, non lo vede. Chi ha il cuore puro “vede Dio” e acquista, pian piano, il suo sguardo. I santi sanno “leggere i cuori”. Abbiamo tutti la santità dello Spirito. Impariamo a viverla; oggi ne abbiamo un gran bisogno per costruire un mondo più giusto e più bello per tutti.
Pierluigi Galli Stampino
(Tratto da: Pierluigi Galli Stampino, La croce che ci salva, In Dialogo)