Vorrei rivalutare il quotidiano, il feriale: sull’eccezionale ci sono già troppi riflettori. Vorrei dare valore a questa vita, a volte anche faticosa, che inizia quando sgusci dalle coperte al mattino e vi rientri la notte. Dare valore, in termini anche di fede. A volte rimango interdetto quando mi sento dire: «Sai io non faccio nulla di buono». Mi viene spontaneo allora chiedere: «E che cosa fai dalla mattina alla sera?». Ebbene di questa disaffezione o sottovalutazione del quotidiano qualche responsabilità ce la portiamo sulle spalle anche noi come Chiesa, per via di una spiritualità schizofrenica. Perché? Perché si è tolto peso e amore alla vita, distinguendo tra la vita eterna di cui innamorarsi e quella terrena da cui prendere distacco. Dio di cui innamorarci, da contemplare e gli umani da relativizzare, dai quali distogliere gli occhi. Ai miei tempi in Seminario mi portavano come esempio di virtù san Luigi Gonzaga, per il fatto che non guardasse in volto, perché donna, sua madre. A me sembra, posso sbagliare, pura schizofrenia. Come se amare la vita, fosse togliere qualcosa a Dio.
Un disamoramento chiamato virtù, per via della separazione, la separazione tra sacro e profano. Il sacro dentro le chiese, di cui innamorarci; il profano fuori, di cui disamorarci, per amore di Dio. O, se non altro, un profano di cui non innamorarci troppo, sempre per amore di Dio.
Ma si pensi all’incarnazione. Non è il superamento della schizofrenia, tra Dio e uomo? Dio si è fatto uomo. Dio lo trovi dove? Dove è andato a nascondersi? Nella carne, nella storia degli umani. Non è contro la vita, è nella vita. Pensate alla vita di Gesù, spesso lo dimentichiamo, dimentichiamo che ci ha salvati con tutta la sua vita e non con gli ultimi tre anni. E per gli altri trenta e più anni che cosa ha fatto? Ci ha salvati per trenta e più anni con quella vita oscura silenziosa quotidiana, la vita normale, quella di tutti.
Angelo Casati